Bronzo e non solo

Ma chi lo dice che l’archeologia e l’arte in generale abbia un solo punto di vista?
Chi mette sul piatto della bilancia le opinioni e le sensazioni e decide che una conta più dell’altra?
E quando poi interviene una malattia come l’Alzheimer che blocca le normali capacità di collegamento logico-cognitivo chi decide quali parole siano corrette per un cuore che continua ad emozionarsi e occhi che vedono e percepiscono e guardano ancora?
In un Paese dove ancora si parla di accessibilità (peraltro quasi sempre riferita alle sole disabilità motorie) come una nuova frontiera invece di considerarla come un prerequisito essenziale e discutere invece di inclusività, cioè il vero gradino da cui si dovrebbe snodare la normale concezione di fruizione, una persona con una disabilità psichica (una delle tante disabilità invisibili) si trova ancora davanti a delle barriere emozionali insormontabili.
Invitata a Firenze per recensire la mostra “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico” a Palazzo Strozzi, pensavo di trovare una esposizione certo importante, di sicuro interessante, ma mi sono trovata di fronte a qualcosa di più, un laboratorio attivo e funzionale che insegna, o meglio, apre le strade a nuove modalità per rapportarsi all’arte.

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La mostra può essere visitata parzialmente anche da non vedenti, su prenotazione. La possibilità di toccare il bronzo antico, materiale che nasconde pieghe e volute e angoli che vogliono essere seguiti, studiati, trovando nuovi percorsi piano piano, su una superficie liscia come il mare che di bronzo tanto ne ha portato su legni stranieri e tanto ne ha inghiottito, crea un’occasione irripetibile, fondendo sapientemente magia, bellezza e scoperta.

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Toccare il lembo inferiore della toga dell’Arringatore, seguendo l’iscrizione incisa, e la testa di cavallo Medici è permettere alla cultura di essere davvero universale.

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Il Dipartimento Educazione di Palazzo Strozzi propone visite alla mostra “Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico”, in forma di conversazioni: visitatori e operatori didattici possono durante l’osservazione delle opere, discutere tra loro in uno scambio di opinioni che permette di cogliere diversi punti di vista e approfondire alcune tematiche della mostra.
Un luogo dove l’arte ha “più voci” proprio come il titolo del laboratorio dedicato alle persone con Alzheimer, ai loro familiari e agli operatori che se ne prendono cura.
La perdita funzionale, conseguenza di queste malattie, è progressiva, ma riguarda alcune capacità prima di altre: per questo “A più voci” si concentra sulla capacità di osservare,
di provare emozioni, di immaginare e fantasticare, cioè quelle abilità che si mantengono più a lungo di quelle logico-cognitive consentendo di partecipare anche a persone con un grave deficit cognitivo.
In una logica che ribalta il comune sentire, la perdita di freni inibitori e degli schemi interpretativi mentali si trasforma in maggiore libertà nel giudizio e in facilità immaginativa.
Invitando a fare ricorso alle sensazioni immediate e non alla memoria, alla fantasia e non alle capacità logico-cognitive, si valorizzano, infatti, le residue capacità comunicative.
I mediatori ed educatori tramite domande stimolanti e non prevaricanti invitano alla creazione di un racconto collettivo o di una poesia che, oltre a documentare l’esperienza, diventano una risorsa che arricchisce l’opera di nuove voci e suggerisce altri modi di guardare l’arte.
I bambini e i ragazzi non sono esclusi dal fascino di questa mostra, grazie ad un gioco interattivo che li guida alla scoperta della statua scomparsa di Lisippo, metafora efficace di un mondo, quello del bronzo antico, che conta pochi esemplari nel mondo, trafugati, danneggiati e fusi nel corso degli anni.

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Tutte queste attività intorno ad una mostra che già di per sè merita di essere vista per alcuni pezzi unici come il Pugilatore, che da secoli alza lo sguardo stupito dalle mani stanche ancora chiuse nei grezzi guantoni, mostrando le orbite vuote che sembrano trafiggere lo spettatore con un’unica domanda “Chi? Chi ha vinto?”
Hai vinto tu, viene spontaneo rispondere.
Ha vinto la bellezza.
Quella bellezza che non ha bisogno di manuali, dizionari e categorie per poter parlare.
A tutti.

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